Non mi sarei mai immaginato di trovarmi con una donna capace di imporre regole, pretendere obbedienza e guidare completamente il gioco. E ancora meno di lasciarmi andare a quel tipo di dinamica. Poi arrivò Flavia.
Fu così che incontrai Flavia, la donna che avrei poi riconosciuto come una padrona.
Flavia aveva stile, presenza, qualcosa che si notava subito senza bisogno di spiegazioni. Non serviva che alzasse la voce: bastava il modo in cui parlava, il suo sguardo diretto, il modo in cui si muoveva. Era evidente che fosse lei a dettare il ritmo delle situazioni.
Ci siamo incontrati quasi per caso e tra noi è scattata subito una forte attrazione. Aveva una personalità decisa, ironica, e più la conoscevo più mi rendevo conto che mi incuriosiva il suo modo di vivere il desiderio.
Fu in uno dei nostri primi incontri che capii che per lei il piacere non era solo fisico. Era anche mentale. Parlava di fiducia, controllo, comunicazione e della libertà che nasce quando due persone stabiliscono chiaramente i propri limiti.
Fu anche la prima volta che sentii parlare in modo esplicito di negoziazione: prima di ogni incontro c’era sempre un confronto chiaro su cosa fosse accettabile e cosa no, sui limiti e su come gestirli. Solo dopo si poteva davvero entrare nella dinamica delle pratiche sessuali.
Qualche giorno dopo mi invitò a casa sua e, quando entrai, ebbi subito la sensazione di essere dentro il suo mondo. Tutto era ordinato, preciso, quasi pensato. Ogni cosa sembrava avere un posto e un significato.
Fu allora che mi disse apertamente che era una padrona e che praticava BDSM .
Non usò toni esagerati, non cercò di impressionarmi. Mi spiegò che essere una padrona non significava umiliare qualcuno o esercitare un potere fine a sé stesso. Significava guidare l’esperienza, leggere le reazioni dell’altro, costruire un gioco basato su fiducia e limiti in completa condivisione.
Con il tempo scoprii che non era solo un ruolo per lei. La dominazione faceva parte del suo carattere, era il suo modo naturale di stare nelle relazioni: sempre presente, sempre lucida, sempre attenta a ciò che accadeva tra lei e l’altra persona.
Quelle parole mi colpirono più di qualsiasi fantasia avessi avuto. Quella sera fu lei a prendere in mano la situazione, con una calma che non lasciava spazio al dubbio.
Mi fece stendere senza fretta. Poi si allontanò un attimo e aprì un cassetto del comodino. Non guardai subito cosa stava prendendo, ma quando tornò capii che qualcosa era cambiato.
In una mano aveva un frustino. Nell’altra un fallo finto, evidente, impossibile da ignorare.
Non disse nulla. Me li mostrò soltanto, come se fosse la cosa più normale del mondo.
Io rimasi fermo, sospeso tra curiosità e resa. Lei invece era già avanti, come se sapesse esattamente cosa stava facendo e dove sarebbe arrivata.
Si avvicinò lentamente, poi mi guardò per un istante lungo, come a leggere la mia reazione. E lì capii che non c’era più spazio per interpretazioni: stava conducendo lei.
Il frustino era leggero nella sua mano, ma bastava quello.
E io, senza nemmeno rendermene conto, avevo smesso di cercare di controllare quello che sarebbe successo dopo.
Infine, quando tutto si fermò, non ci fu nulla di confuso o lasciato in sospeso. Flavia aveva un modo molto preciso di riportare la situazione alla normalità, come se la parte “gioco” e la parte reale fossero sempre ben separate. Solo dopo capii che era una forma di aftercare: quel momento in cui la dinamica si chiude e si torna alla realtà senza strappi.
Compresi che la dominazione non coincide con la violenza e che la sottomissione non è debolezza. Sono ruoli che funzionano solo quando vengono scelti liberamente, nel rispetto dei limiti e della comunicazione reciproca.
Negli incontri successivi Flavia continuò a farmi entrare in quel mondo con gradualità, senza forzature, insegnandomi che non esiste un solo modo di vivere il BDSM.
Più imparavo, più mi rendevo conto di quanto fossero lontani gli stereotipi che avevo sempre avuto in testa.
Ripensando oggi a quella prima volta con una padrona, non ricordo tanto le singole azioni quanto la sensazione di aver scoperto una dimensione diversa del desiderio. Una dimensione in cui il controllo nasce dalla fiducia, l’intensità dalla complicità e il piacere dal lasciarsi andare.
Fu lei a farmi capire che il BDSM, prima ancora che un insieme di pratiche, è un linguaggio tra persone.
E forse questa è la cosa che mi è rimasta più addosso.
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